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Il Duomo di Teramo e la sua difficile storia a cura di Sergio Scacchia

Il Duomo di Teramo e la sua difficile storia.

Credo che uno dei monumenti più affascinanti dell’Abruzzo sia senza dubbio il Duomo di Teramo.
La Cattedrale aprutina è il cuore cittadino, il punto di convergenza delle principali vie del centro storico, delimitando i quattro antichissimi quartieri, San Giorgio, Santo Spirito, Santa Maria a Bitetto e San Leonardo.
Davanti a questo grande monumento, impreziosiscono l’ambientazione, il Palazzo Comunale e la piazza Orsini.
La cattedrale ha singolari vicende storiche e stranezze di ordine stilistico.
Rappresenta uno dei monumenti di architettura medievale più insigni del centro Italia. In questa superba chiesa si leggono oltre mille anni di storia teramana.

Tutta la vita religiosa, dopo quella dell’antica “Petrut” dei Pretuzi, poi “Interamnia”, per molti secoli ha avuto come centro questo imponente edificio, cui faceva capo il Vescovo e i Canonici del Capitolo Aprutino.
Il Duomo, con la sua maestosa grandiosità, con le sue linee ardite, ha anche lo svettante campanile di 50 metri con la sua parte terminale sormontata da un prisma ottagonale, realizzato da Antonio da Lodi, lo stesso che bissò il momento artistico, nella imperdibile Cattedrale di Atri.
Questo monumento presenta la fede, la storia, l’arte e il dinamismo di una città orgogliosa delle sue origini.
E’ lo specchio di ciò che fu ed è ancora oggi, la vita teramana sia ecclesiale che civile. In questo grande monumento si fondono mirabilmente la Teramo medievale, quella rinascimentale, la moderna e la contemporanea.

L’edificio fu costruito dal vescovo Guido II, all’indomani della triste vicenda storica in cui Teramo fu rasa al suolo dal demoniaco conte di Bassavilla, Loretello.
Eravamo nel 1153. Si trattò di una missione punitiva di Guglielmo II, il re che voleva allargare i confini del suo regno e trovava negli abitanti di “Interamnia”, resistenza e disobbedienza.
Dopo questo avvenimento disastroso, iniziò una difficile e lenta rinascita della città, grazie alle virtù politiche e diplomatiche di Guido II che riuscì a farsi benvolere dal re. La cattedrale, stando agli scritti degli storici Muzi e Palma, fu ultimata nel 1174, con le stesse misure planimetriche della vecchia chiesa che insisteva nell’area adiacente a Sant’Anna de’ Pompetti.

Furono utilizzati molti materiali di risulta e recupero, pezzi di travertino provenienti dal vicino Anfiteatro Romano.
Grazie a questa opera di recupero, non andarono drammaticamente persi pezzi di colonne, piccoli bassorilievi e pietre secolari.

La pianta basilicale odierna è del 1330 circa.
Era il tempo del vescovo Niccolò Degli Arcioni che si era reso conto di come, essendo cresciuta la popolazione, la cattedrale fosse ormai inadeguata ai bisogni dei fedeli. Teramo, infatti, si andava espandendo oltre le antiche mura romane, in nuovi quartieri riuniti sotto il nome di “Terra Nova”. La città stava cambiando di struttura.
Molte abitazioni lambivano i due fiumi, Tordino e Vezzola e diverse decine di case nacquero in luoghi che oggi possiamo identificare nella centrale piazza dei Martiri, dietro il Duomo, nel corso San Giorgio, arteria basilare della Teramo odierna e fino all’attuale piazza Garibaldi.
Non conosciamo il nome del responsabile della costruzione e dell’allargamento della chiesa, ma sappiamo che la basilica ebbe un allungamento considerevole in quello che oggi è il grande presbiterio.

Fu nello stesso periodo che venne completata la facciata e i teramani vollero adornarla con diversi leoni in pietra, a raffigurare la dignità e la forza d’animo degli aprutini.
In realtà le fiere di pietra, recuperate da edifici demoliti, esorcizzavano come simboli apotropaici nuove incursioni nemiche e distruzioni che potevano provenire dall’attuale corso vecchio che arriva alla Porta Reale, ingresso importante della città.

La facciata fu impreziosita da un ricchissimo portale, con arco a tutto sesto e un timpano triangolare di stile gotico- romano, opera di Deodato de Urbe realizzata nel 1333.
Il profilo orizzontale, segno inconfondibile dell’opera con i suoi particolari merli ghibellini in testa, venne completato all’inizio del Quattrocento, quando furono gettate le basi per la costruzione del bellissimo campanile odierno di Antonio da Lodi. Il manufatto campanario venne completato nel 1484.

Due secoli dopo, il vescovo Piccolomini fece trasferire nella cappella a lato del presbiterio il corpo dell’amato Berardo, co- protettore con Maria Vergine Assunta, della città. Era una Teramo completamente diversa da quella di oggi.
Addossate al Duomo vi erano diverse case bottega, c’era anche un arco a unire la cattedrale alla fastosa residenza vescovile, costruito nel Settecento e passante per la parte inferiore della torre campanaria.
Fu in questo periodo che, all’interno del monumento sacro, si lavorò in maniera pesante di stucchi che, pur impreziosendo l’insieme, danneggiarono le decorazioni pittoriche dell’ala costruita nel periodo di Niccolò Degli Arcioni.

Nel secolo XX la presunta riqualificazione del Duomo determinò la demolizione di casupole e botteghe, la distruzione degli stucchi barocchi e la demolizione dell’arco detto di Monsignore, interventi che gridano vendetta al cospetto della storia e dell’arte.

All’interno andarono perduti gran parte degli affreschi di varie epoche nella navata arcioniana, alcuni dei quali dovevano essere stati realizzati dal grande maestro esecutore del “Giudizio Universale” che impreziosisce la Madonna in Piano di Loreto Aprutino, nel pescarese.
Abbiamo così perduto a Teramo dei cicli pittorici, forse della vita e delle gesta di San Berardo che, probabilmente, non avevano nulla da invidiare a quelli della cattedrale di Atri, opera del grande De Litio. Si trovano frammenti di pitture che dovrebbero riguardare un Sant’Antonio Abate con accanto la Madonna con Bimbo e Angeli a contorno di Cristo benedicente.

L’interno del Duomo, nonostante tutto, custodisce opere eccelse:
il Paliotto argenteo di Nicola da Guardiagrele, custodito sotto l’altare maggiore ed eseguito tra il 1433 e 1448 su commissione di Giosia d’Acquaviva; il Polittico di Iacobello del Fiore, nell’altare della cappella di San Berardo, capolavoro del pittore veneziano della prima metà del secolo XV; un fantastico crocifisso ligneo trecentesco di autore ignoto, la Madonna in Trono con Bambino del secolo XI; il busto argenteo del patrono San Berardo, rifacimento del secolo XV con il braccio sempre in argento, rifacimento del secolo XVII.
Inoltre c’è un bellissimo pulpito e un candelabro per il cero pasquale in pietra, bellissime pitture su tele dell’esule Sebastiano Majewschi (1622) e del pittore teramano Giuseppe Bonolis dell’ottocento,

che arricchiscono anche la monumentale sacrestia.
Un piccolo grande gioiello è la Cappella in stile barocco dedicata alla venerazione del patrono San Berardo, espressione visibile della devozione di Teramo per questo grande Vescovo. Si trova sul lato sinistro lì dove un tempo c’era un cimitero, usanza tipica del Medioevo dove si collocavano piccole cappelle tumulative accanto alla Chiesa Madre.
Dal 1776 sotto l’altare si custodiscono i venerabili resti del santo.
La storia racconta che quando il grande incendio del 1156 devastò la città e l’antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, oggi conosciuta come Sant’Anna, le ossa del santo uscirono indenni dalla tragedia.
Parliamo di una cappella ampia e imponente, quasi una chiesa a parte, tanto da essere chiamata affettuosamente “Cappellone”.

Ma… chi è Nicola da Guardiagrele?

Nicola da Guardiagrele è l’orafo, scultore più grande che l’Abruzzo, abbia mai ricordato. Vissuto tra il 1380 e il 1459, ha lasciato all’umanità opere di incredibile bellezza, realizzate soprattutto, in metalli preziosi come argento dorato e con l’utilizzo di bellissimi smalti policromi.
Una produzione sterminata quella dell’orafo : croci professionali, ostensori come quello meraviglioso custodito a Francavilla al Mare del 1413 o quello di Atessa di cinque anni dopo, manufatti in argento sbalzato e dorato, piccole statue argentee, tabernacoli e busti reliquari.

L’opera forse più singolare è custodita nella nostra città di Teramo:
il celebre paliotto d’altare, che il grande artista realizzò tra il 1433 e il 1448. Trentacinque meravigliose formelle d’argento disposte sopra quattro file di nove ciascuna, accompagnate da ventidue losanghe in smalto traslucido e ventisei triangoli posti lungo la cornice.
Un imponente ciclo cristologico, posto sul fronte dell’altare maggiore dell’interno del Duomo di Teramo, che va dal magnifico momento dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria Santissima, alla Pentecoste dove il Signore regala lo Spirito Paraclito.
Raffigurazioni d’incredibile verismo del Cristo Pantocratore, della Vergine sul Trono dopo l’Assunzione al Cielo, dei Santi più grandi con gli Apostoli fino ad arrivare alla formella che sembra non avere scopo nell’insieme, che raffigura il momento delizioso ancorché straziante delle stimmate di San Francesco.

Questa meraviglia fu realizzata per volontà di Giosia d’Acquaviva (feudatario della regina di Napoli Giovanna I) allo scopo di rimpiazzare un altro paliotto d’argento che era di gran valore ed era esposto nei giorni festivi, rubato nel 1416 nel corso dei disordini che seguirono l’ascesa al trono della regina Giovanna II d’Angiò alla morte del fratello Ladislao I d’Angiò.
Uno stupendo capolavoro di oreficeria sacra, da gustare intensamente davanti alla sua lastra di vetro.

Una produzione, quella di Nicola di Andrea Di Pasquale, questo era il suo nome per esteso, creata con uno stile inconfondibile e incredibilmente moderno, nonostante, la sua complessa epoca di passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento.
Non dimentichiamo che è una sua opera, l’eccelsa croce professionale esposta nel museo della Basilica romana di San Giovanni in Laterano. D’altronde l’Abruzzo ha saputo regalare al mondo una tradizione orafa che ha arricchito, per secoli, chiese e cattedrali tra le più importanti e non solo in Italia, dal maestro del quattrocento, cui s’ispirava Nicola, il fiorentino Lorenzo Ghiberti, fino ad arrivare ai grandi orafi del settecento.

La città dell’artista, Guardiagrele posta in posizione incantevole, a picco, nel cuore del dorso sud della Majella, è comunque patria di un’arte che mostra la vitalità abruzzese nella ceramica, nel legno, nella pietra, nei tessuti, nel bronzo.
Borgo di appena duemila anime, contraddittorio nell’abbandono odierno che sembra andare a braccetto con il lavoro di fino, di cesello e che ancora esprime maestri fabbri, ramai, ricamatrici del famoso merletto della “sedia” con frange fatte di nodi singolari, fino ai gioiellieri, creatori della splendida “Presentosa”, legato alla tradizione pastorale.
E’ un monile d’oro a forma di stella da sei a venti punte, donato dal pastore transumante alla sua donna, prima della partenza con le greggi, verso il Tavoliere delle Puglie.
Nella parte anteriore del gioiello, due piccoli cuori affiancati, indicavano che la fanciulla era una promessa sposa.
Anche nella poesia, il borgo guardiese non ha eguali: ha visto i natali del più grande poeta dialettale della nostra regione, Modesto Della Porta, modesto non solo nel nome, ma anche nelle umili origini e nel mestiere di sarto. ARTICOLO DI  Sergio Scacchia DA paesaggioteramano.blogspot.it

Atri , seduzioni della città ducale a cura di Sergio Scacchia

Le seduzioni della città ducale

Gli orizzonti verso l’Adriatico sono dolcemente mossi come lenzuola gonfiate dal vento.
Il paesaggio si dispiega dolce, a tratti grandioso, docili quinte di colore sfumano in lontananza nel blu del mare.
Passano gli anni, i decenni, tutto intorno cambia, ma dai tavoli del caffè che si affaccia sulla piazza centrale di Atri, lo scenario pare inalterato.

Alcuni amici che conservo da anni nella città ducale, si lamentano di un buffet scaduto visibilmente rispetto a qualche anno fa, ma a dire il vero non m’interessa granché.

I miei occhi rimirano la splendida Cattedrale di Santa Maria Assunta, eretta su di un’antica chiesa romanica, con la sua mole trecentesca, l’ardito campanile dal corpo quadrato, terminante a piramide, alto cinquantasei metri.

Devo ammettere, soffocando moti campanilistici, che il suo equilibrio architettonico è superiore al Duomo di Teramo.
La sua larga facciata in pietra, la cornice cuspidata, il rosone a dodici raggi, il ricco portale opera trecentesca di Rainaldo, tutto dona alla struttura, gusto a profusione.

Questo manufatto è un universo nel quale sembrano permanere all’infinito, gli aneliti, i sacrifici, le speranze, la fede vissuta da intere generazioni.

L’interno, elegante nella sua sobrietà, è a tre navate scandito da archi gotici.
Strano destino delle parole.
Dici “gotico” ed è subito medioevo.

E’ quasi una parola “magica”: la pronunzi e il pensiero corre all’ombra profonda delle cattedrali che invade e sovrasta le città con guglie ardite, enormi finestre dai vetri istoriati e policromi e i portali scolpiti tra figure di santi, angeli e qualche demone o mostro di troppo!
Eppure non è così!

Questo incredibile scrigno atriano è ricco di luce, le navate non sono per niente buie.
Un fiotto caldo di luce preziosa entra e rende godibile tutta l’immensa ricchezza del ciclo pittorico del ‘400 di Andrea De Litio.
Orna mirabilmente le pareti del coro dei canonici.
Un’opera che se si trovasse al nord, avrebbe in ogni ora della giornata, capannelli entusiasti di visitatori.

Una delle più imponenti opere illustrative del Rinascimento abruzzese con oltre cento pannelli raccontanti, mirabilmente, episodi della vita di Gesù e Maria, tra Evangelisti, Dottori della Chiesa e Virtù Teologali.

Molti anni prima il papa del gran rifiuto, l’anacoreta e piccolo frate Celestino V, aveva concesso il privilegio della Porta Santa e della distribuzione delle indulgenze.
Sarebbero tante le opere da ricordare all’interno di questo luogo sacro dell’arte.

C’è, ad esempio, un organo fantastico con seimila canne!

Sopra la mia testa c’è il Teatro Comunale, di stile cinquecentesco, che scimmiotta nello schema compositivo la mitica Scala di Milano, ma che nell’insieme, contribuisce a rendere unica, questa piccola arena naturale di piazza Duomo, simbiosi mirabile tra architettura e gente.

Il teatro fu inaugurato nel gennaio del 1881 con tre ordini di palchi e l’elegante loggione.
Una vera bomboniera dell’acustica sorprendente.

A proposito di musica, pochi sanno che ad Atri c’è anche un archivio musicale tra i più ricchi d’Abruzzo nel quasi sconosciuto museo dedicato al maestro Antonio Di Jorio, nato ad Atessa alla fine dell’ottocento e morto nel 1981.

In fondo alla piazza, mi riempie gli occhi, il cinquecentesco palazzotto gentilizio della Curia, edificato nel periodo di Paolo Odescalchi (1566-1572), trentesimo dei cinquantacinque vescovi della Diocesi di Atri Penne, che fece costruire anche il Seminario, celebrò il Sinodo del 1571 e partecipò alla battaglia di Lepanto, tra le flotte musulmane dell’Impero ottomano e della cristiana Lega Santa.
Atri è così!
Una città generosa di memorie.
Le sue chiese, i suoi palazzi, le sue pietre raccontano un passato straordinario che parte ancor prima dell’epoca romana.

Con il Sacro Romano Impero divenne centro di enorme importanza strategica, il cui porto insisteva lungo la costa del Cerrano.
Nel trecento fu il feudo degli Acquaviva.
La potente famiglia gentilizia trasformò l’antica Hatria, in centro amministrativo dei possedimenti, realizzando il palazzo Ducale, luogo cruciale di storia dell’epoca del mecenatismo rinascimentale e le numerose chiese oggi ancora presenti.

Da veri mecenati, poi, i nobili furono committenti entusiasti di opere d’arte d’immenso valore, oggetti di culto e arredi preziosi, tessuti, ceramiche, quadri, gioielli che oggi rendono pregiate le sale del Museo Capitolare.

La famiglia diede alla chiesa sei cardinali e numerosi prelati.

Mi allontano dal piccolo centro storico, abbandonando le numerose facciate secolari, i cortili ad arco, i palazzi nobiliari che si alternano a piccoli negozi, caffè e l’immancabile bottega dove reperire il “dolce ducale” e la liquirizia famosa in tutto lo stivale d’Italia.
Caracollo fino al belvedere, per sentirmi catapultato nell’infinito.
Prima delle acque blu dell’Adriatico pinetese, arriva una sorta d’inferno dantesco che disegna la genesi dei paesaggi argillosi.

Dirupi di creste nude che destano meraviglia, di volta in volta si avvinghiano alla vegetazione a fondo valle, convivendo a fatica con il lavoro e gli interessi dell’uomo.
E’ l’inedito parco naturale dei calanchi atriani, un mondo tutto a sé, popolato da rapaci, istrici, volpi, faine.
“La natura recita un dramma: non sappiamo se anch’essa lo vede e tuttavia lo recita per noi che contiamo veramente poco”.

Forse solo l’immagine efficacemente espressa dallo scrittore, poeta e drammaturgo Johann Wolfgang von Goethe, può cambiare la lettura del messaggio che un ambiente drammatico invia a chi si sofferma a guardare queste escrescenze della terra.

Il sole e la pioggia di secoli hanno di volta in volta disseccato, spaccato profondamente l’argilla e, poi, in una sorta di compensazione naturale, la pioggia l’ha gonfiata, incisa.
Un trattamento così violento che ha determinato incredibili e spettacolari erosioni.
Il Parco dei Calanchi offre escursioni fantastiche in natura e uno stupendo serpentone per pedoni, bici e cavalli, lungo circa otto chilometri.

Credo che questa mirabile amalgama di arte e paesaggio, gastronomia e gusto di vivere, con la sua miscela di eleganza e armonia sia il giusto luogo dove terminare un viaggio da incorniciare.

ARTICOLO DI  Sergio Scacchia DA paesaggioteramano.blogspot.it

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Si raggiunge attraverso l’autostrada A/14 Adriatica, uscendo al casello Atri-Pineto e percorrendo circa 9 chilometri. Dalla statale 16 Adriatica, si raggiunge Atri imboccando la strada provinciale 28 da Pineto, oppure la strada provinciale 553 da Silvi Marina.
Da Teramo, statale 150 della Valle del Vomano, deviando verso sud nei pressi di Notaresco.

Duomo di Atri Foto Sergio Scacchia
Duomo di Atri Foto Sergio Scacchia

La fortezza borbonica di Civitella del Tronto a cura di Sergio Scacchia

La fortezza borbonica di Civitella del Tronto: prodigio militare!

Qualcosa di prodigioso da visitare nella bellissima provincia di Teramo?

Certamente una tra le più imponenti opere di ingegneria militare dell’intera penisola:
la fortezza borbonica di Civitella del Tronto.

Si tratta di una roccaforte poggiata a nido d’aquila su di una cresta rocciosa, lunga poco più di mezzo chilometro e con larghezza media di quasi cinquanta metri, la cui costruzione fu iniziata nell’anno 1564, durante la dominazione spagnola e completata nel 1576.

Il baluardo prese il posto, come racconta un testo del civitellese Bruno Martella, di una precedente cinta muraria con cinque torri, opera della precedente dominazione aragonese, fortificazione del paese incastellato sotto. Esisteva anche un precedente fortilizio di epoca angioina che cingeva la cittadella più in basso.

Civitella del Tronto, con la costruzione dell’attuale forte, era diventata l’autorevole e famosa sentinella invalicabile dei confini più a settentrione del Regno di Napoli, caposaldo di un territorio importante nelle economie nazionali.
Il baluardo di Civitella ha scritto pagine di enorme importanza storica sia per gli avvenimenti che per gli assetti politici dell’Italia e dell’Europa e per le prospettive che si aprirono nella realizzazione, in seguito, dell’Unità d’Italia.
Tra gli assedi subiti, da ricordare quelli dell’esercito francese e, soprattutto, l’ultimo, lunghissimo e sanguinoso, avvenuto durante la dominazione borbonica a opera dei piemontesi di Vittorio Emanuele II, assedio preludio di quella unità cui la fortezza cedette per ultima e solo il 20 marzo del 1861.
Alla fine del sanguinoso conflitto, il forte fu in parte distrutto.

Oggi, dopo il riuscitissimo restauro degli anni ’90, la fortezza offre veramente uno splendido viaggio nel tempo e nella storia, grazia anche al museo ubicato al suo interno.

Nei locali si conservano documenti, stampe, oggetti, plastici e armi degli anni di assedio.
Visitare il forte è veramente viaggiare nel tempo, tra piazze d’armi, corpi di guardia, carceri, furerie, resti del palazzo del Governatore e residenze degli ufficiali, oltre ad ammirare i solidi bastioni di difesa e un panorama da urlo.

Infatti nella parte alta c’è un colpo d’occhio fantastico:
Gli incombenti monti Gemelli con le gole del Salinello, paradiso naturale;
la vicina e bellissima città di Ascoli Piceno;
la collina del convento benedettino di Monte Santo, da dove iniziavano i territori dell’allora Stato Pontificio confine con il Regno di Napoli;
la località di Villa Passo, antica zona doganale;
il mare Adriatico, dopo la valle del fiume Vibrata.

Dal bastione più alto e dai camminamenti di ronda, si può ammirare anche l’incastellamento del paese vecchio con le sue caratteristiche e strette vie necessarie alla difesa contro le artiglierie nemiche.
Civitella del Tronto con la sua fortezza, merita sicuramente una visita! ARTICOLO DI  Sergio Scacchia DA paesaggioteramano.blogspot.it

La fortezza borbonica di Civitella del Tronto
La fortezza borbonica di Civitella del Tronto

Come arrivare:

Da Nord
Dall’autostrada Adriatica A14 direzione Ancona, seguire la drezione San Benedetto del Tronto – Ascoli Piceno, continuare sulla superstrada Ascoli-Mare RA11 fino all’uscita di Ascoli, proseguire lungo la SS 81 direzione Civitella del Tronto.

Da Sud

Dall’autostrada Adriatica A14 direzione Pescara, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, proseguire lungo la SS 81 direzione Civitella del Tronto.

Da Pescara
Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull’autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, proseguire lungo la SS 81 direzione Civitella del Tronto.

Da Chieti
Percorrere la SS 81, imboccare l’autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, proseguire lungo la SS 81 direzione Civitella del Tronto.

L’antica “Campulum” a cura di Sergio Scacchia

L’antica “Campulum” L’incontro con Campli regala sempre un pizzico di eternità. Ogni volta che ammiro in piazza Farnese l’antica edificio del Parlamento, tra i più antichi d’Abruzzo, il “gotico sognante” come lo definì Margarita d’Austria, capisco che nulla ha potuto il tempo e l’arroganza dell’uomo. La nobildonna varcò, scortata da soldati e servitù, la Porta Angioina per entrare nel borgo e trovò questo palazzo ancor più bello con un’elegante torretta di avvistamento, arcate più profonde, un sontuoso cortile con il pozzo e il piano superiore che oggi non esiste più. L’incanto del loggiato con gli archi a tutto sesto rapisce ancora, così come attrae l’interno della collegiata di Santa Maria in Platea e il suo campanile a modello delle opere di Antonio da Lodi che realizzò quello bellissimo del Duomo di Teramo. Serafino Razzi era un domenicano che ben incarnava la condizione dell’uomo “in cammino”, del pellegrino orante proteso verso Dio. Nel 1575 intraprese un viaggio in Abruzzo, e arrivò anche nel borgo farnese. Il confine fra la “provincia pretuziana” e la “marca Fermana”, lo stato e il Regno Pontificio, dovette lasciare in lui un segno. Profondamente colpito dalla nobiltà che permeava quel piccolo e apparentemente insignificante paesino, esclamò in una sua lettera: “O Campulum Pretuziano … capolavoro a cielo aperto”! Campli era il paese delle torri. Oggi ne rimangono poco meno della metà: quella dei Melatino in frazione Nocella, quella del campanile della cattedrale di Santa Maria in Platea, quella fortificata della Porta Angioina, del XIV secolo. Lo studioso Pacifico Massimi, vissuto nel XV secolo, scrisse, in un testo latino, tradotto, diversi anni fa, dal compianto professor Faranda: ”Sino a quando esisteranno le ripe di Campli, Castelnuovo e Nocella, io ne sarò sempre amante. Mai sarò immemore di ciò che ho ricevuto né mi peserebbe ricambiarlo con il dono di mille vite”. È storia che il famoso cantore cieco d’Andria, Luigi Grotto, pose Campli, per importanza, ben sopra le rovine della favolosa Castro. Le viuzze e le mura narrano ovunque di antichi splendori. Da tremila anni questo territorio è crocevia di popoli e culture. I fondatori di Campli furono dei fuoriusciti di Campiglio, sulla collina sopra la valle, che gettarono le fondamenta di Capo Campli nel quartiere omonimo. Questi prese il nome de “ Il Ricetto” forse per la presenza di un nucleo stabile di ebrei. Qualcuno invece asserisce che Campli derivi da intra – campi e afferma che fu fondata dai proprietari di un castello vicino. Origini discusse, tra cui l’ipotesi di un tenimento umbro che parla di un “municipium inter campi”. Quel che è certo è che il minuscolo borgo della provincia di Teramo trasuda, in ogni sua pietra, arte e cultura ultra millenaria. Fin dalla preistoria ci sono stati insediamenti propri, come testimoniano resti risalenti all’età del bronzo, di un villaggio di allevatori e agricoltori del XIV, XIII secolo a.C. venuti alla luce in località Coccioli e i ritrovamenti nella Necropoli di Campovalano con tombe risalenti dall’ XI al II secolo a.C. Nella zona al margine nord ovest della necropoli, sotto l’altare della chiesa romanica di San Pietro in Campovalano, fu poi rinvenuto un frammento di epigrafe, in lettere capitali con dedica a Giulio Cesare, resti con tutta probabilità di un piedistallo di statua innalzata per disposizione della ex “Lex Rufrena” del 44 a.C. in onore a Cesare divinizzato. Nella stessa area si registrò la presenza di una necropoli romana, da cui provengono frammenti del ”sarcofago di Aurelio Andronico”, ricco commerciante di marmi del III- IV sec. A.C. Nella frazione Battaglia ai piedi delle due montagne gemelle, fu riportato alla luce un ripostiglio contenente una quarantina di monete d’argento databili dal 323 al II secolo prima del Cristo. In epoca romana Campli era attraversata nei suoi vicoli da uomini illustri; la storia ricorda la presenza di Lenate, dottissimo schiavo di Pompeo e Tazio Lucio Rufo che, pur essendo di umili natali, pervenne ai più alti gradi della milizia romana, diventando il pupillo di Augusto. L’abitato sembra un souvenir da impacchettare, un piccolo prezioso oggetto da custodire, nonostante la distruzione di porte antiche come quelle di Capo Castello o di Viola, di porticati tardo romanico e di uno dei portali più belli in assoluto, quello in pietra arenaria di Ioannella della cattedrale di Santa Maria in Platea. Lo storico teramano Palma lamentò la scomparsa di questo manufatto intagliato e scolpito “con raro gusto di un esteta”. Oggi è quantomeno discutibile il colore con cui è stata restaurata la facciata di questo capolavoro. Se vi recate a Campli non abbiate fretta. Godetevi i cortili interni e le case antiche come quella storica del Medico con il cortile e il suggestivo pozzo. Salite in ginocchio i ventotto gradini in legno di quercia di una delle tre Scale Sante esistenti nel mondo cattolico per lucrare indulgenza.L’antica “Campulum” L’incontro con Campli regala sempre un pizzico di eternità. Ogni volta che ammiro in piazza Farnese l’antica edificio del Parlamento, tra i più antichi d’Abruzzo, il “gotico sognante” come lo definì Margarita d’Austria, capisco che nulla ha potuto il tempo e l’arroganza dell’uomo. La nobildonna varcò, scortata da soldati e servitù, la Porta Angioina per entrare nel borgo e trovò questo palazzo ancor più bello con un’elegante torretta di avvistamento, arcate più profonde, un sontuoso cortile con il pozzo e il piano superiore che oggi non esiste più. L’incanto del loggiato con gli archi a tutto sesto rapisce ancora, così come attrae l’interno della collegiata di Santa Maria in Platea e il suo campanile a modello delle opere di Antonio da Lodi che realizzò quello bellissimo del Duomo di Teramo. Serafino Razzi era un domenicano che ben incarnava la condizione dell’uomo “in cammino”, del pellegrino orante proteso verso Dio. Nel 1575 intraprese un viaggio in Abruzzo, e arrivò anche nel borgo farnese. Il confine fra la “provincia pretuziana” e la “marca Fermana”, lo stato e il Regno Pontificio, dovette lasciare in lui un segno. Profondamente colpito dalla nobiltà che permeava quel piccolo e apparentemente insignificante paesino, esclamò in una sua lettera: “O Campulum Pretuziano … capolavoro a cielo aperto”! Campli era il paese delle torri. Oggi ne rimangono poco meno della metà: quella dei Melatino in frazione Nocella, quella del campanile della cattedrale di Santa Maria in Platea, quella fortificata della Porta Angioina, del XIV secolo. Lo studioso Pacifico Massimi, vissuto nel XV secolo, scrisse, in un testo latino, tradotto, diversi anni fa, dal compianto professor Faranda: ”Sino a quando esisteranno le ripe di Campli, Castelnuovo e Nocella, io ne sarò sempre amante. Mai sarò immemore di ciò che ho ricevuto né mi peserebbe ricambiarlo con il dono di mille vite”. È storia che il famoso cantore cieco d’Andria, Luigi Grotto, pose Campli, per importanza, ben sopra le rovine della favolosa Castro. Le viuzze e le mura narrano ovunque di antichi splendori. Da tremila anni questo territorio è crocevia di popoli e culture. I fondatori di Campli furono dei fuoriusciti di Campiglio, sulla collina sopra la valle, che gettarono le fondamenta di Capo Campli nel quartiere omonimo. Questi prese il nome de “ Il Ricetto” forse per la presenza di un nucleo stabile di ebrei. Qualcuno invece asserisce che Campli derivi da intra – campi e afferma che fu fondata dai proprietari di un castello vicino. Origini discusse, tra cui l’ipotesi di un tenimento umbro che parla di un “municipium inter campi”. Quel che è certo è che il minuscolo borgo della provincia di Teramo trasuda, in ogni sua pietra, arte e cultura ultra millenaria. Fin dalla preistoria ci sono stati insediamenti propri, come testimoniano resti risalenti all’età del bronzo, di un villaggio di allevatori e agricoltori del XIV, XIII secolo a.C. venuti alla luce in località Coccioli e i ritrovamenti nella Necropoli di Campovalano con tombe risalenti dall’ XI al II secolo a.C. Nella zona al margine nord ovest della necropoli, sotto l’altare della chiesa romanica di San Pietro in Campovalano, fu poi rinvenuto un frammento di epigrafe, in lettere capitali con dedica a Giulio Cesare, resti con tutta probabilità di un piedistallo di statua innalzata per disposizione della ex “Lex Rufrena” del 44 a.C. in onore a Cesare divinizzato. Nella stessa area si registrò la presenza di una necropoli romana, da cui provengono frammenti del ”sarcofago di Aurelio Andronico”, ricco commerciante di marmi del III- IV sec. A.C. Nella frazione Battaglia ai piedi delle due montagne gemelle, fu riportato alla luce un ripostiglio contenente una quarantina di monete d’argento databili dal 323 al II secolo prima del Cristo. In epoca romana Campli era attraversata nei suoi vicoli da uomini illustri; la storia ricorda la presenza di Lenate, dottissimo schiavo di Pompeo e Tazio Lucio Rufo che, pur essendo di umili natali, pervenne ai più alti gradi della milizia romana, diventando il pupillo di Augusto. L’abitato sembra un souvenir da impacchettare, un piccolo prezioso oggetto da custodire, nonostante la distruzione di porte antiche come quelle di Capo Castello o di Viola, di porticati tardo romanico e di uno dei portali più belli in assoluto, quello in pietra arenaria di Ioannella della cattedrale di Santa Maria in Platea. Lo storico teramano Palma lamentò la scomparsa di questo manufatto intagliato e scolpito “con raro gusto di un esteta”. Oggi è quantomeno discutibile il colore con cui è stata restaurata la facciata di questo capolavoro. Se vi recate a Campli non abbiate fretta. Godetevi i cortili interni e le case antiche come quella storica del Medico con il cortile e il suggestivo pozzo. Salite in ginocchio i ventotto gradini in legno di quercia di una delle tre Scale Sante esistenti nel mondo cattolico per lucrare indulgenza. Cercate, infine, la chiesa dedicata alla Madonna della Misericordia, uno dei primi ospedali d’Abruzzo o quella intitolata a San Francesco, nel cuore del paese, simile all’omonima di Teramo, oggi S. Antonio, gioielli degli Ordini Mendicanti di un tempo. Pubblicato da Sergio Scacchia Cercate, infine, la chiesa dedicata alla Madonna della Misericordia, uno dei primi ospedali d’Abruzzo o quella intitolata a San Francesco, nel cuore del paese, simile all’omonima di Teramo, oggi S. Antonio, gioielli degli Ordini Mendicanti di un tempo. ARTICOLO DI  Sergio Scacchia DA paesaggioteramano.blogspot.it

CAMPLI
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MINI 3

 

Come arrivare a Campli
Da Nord e da Sud
Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull’autostrada A 24, uscire a San Nicolò, svoltare sulla SP 17, attraversare Villa Falchini, Pagannoni Basso, svoltare poi sulla SP 262 per Campli.
Da Pescara
Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare in direzione dell’autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull’autostrada A 24, uscire a San Nicolò, svoltare sulla SP 17, attraversare Villa Falchini, Pagannoni Basso, prendere poi la SP 262 per Campli.
Da Chieti
Percorrere la SS 81, imboccare l’autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull’autostrada A 24, uscire a San Nicolò, svoltare sulla SP 17, attraversare Villa Falchini, Pagannoni Basso, prendere poi la SP 262 per Campli.